Oltre i Confini Magazine - redazione carcere Monza

 



Nel carcere si scrivono lettere, diari, poesie e anche canzoni, come non era mai accaduto. La scrittura assume uno spazio di libertà ed è questo il vero filo conduttore del nostro laboratorio di scrittura giornalistica, dove la lettura e la scrittura sono diventati validi strumenti di formazione nel percorso di crescita e di consapevolezza dei detenuti. È molto forte il loro desiderio di comunicare con il mondo fuori, sia per non perdere il contatto con la realtà, sia per avere l’opportunità di raccontare la propria umanità.

Dopo Oltre i Confini - Beyond Borders, il nostro inserto trimestrale di otto pagine, allegato a Il Cittadino di Monza e Brianza dal 2016, nel mese di gennaio 2025 viene alla luce il primo numero della rivista semestrale Oltre i Confini Magazine. Il magazine è un laboratorio di idee, uno strumento di riabilitazione, di inclusione, di comunicazione interna ed esterna al carcere. Gli incontri di redazione sono settimanali; il gruppo, composto da 12/15 detenuti, si riunisce in biblioteca dove i detenuti vengono coinvolti nelle diverse fasi del lavoro giornalistico: dalla proposta di idee, alla scrittura, dalla revisione dei testi alla costruzione del numero finale. La redazione è uno spazio di dialogo e di ascolto nel quale la pluralità delle voci diventa risorsa e occasione di crescita per ciascuno; uno spazio dove si favoriscono competenze linguistiche,  capacità critiche e senso di responsabilità. Sono sempre più consapevole che questa esperienza di scrittura svolga un’importante funzione di democratizzazione e di sensibilizzazione di una realtà umanizzata fatta di persone che vivono in attesa di riconquistare la propria libertà, una libertà che descrivono come un dono prezioso; l’impegno di ciascun detenuto assume un significato altro, forse una forma di riscatto, la voglia di sentirsi parte di “qualcosa di importante”.

Comunicare e scrivere, per chi è recluso, è vitale per poter riaffermare la propria identità, per ricostruire legami con il mondo “fuori”, per rielaborare la propria storia personale. La scrittura rappresenta, quindi, un valore umano, educativo e sociale.  Da un’esperienza di marginalità, possono maturare occasioni di rinascita, come lo è stato per Andrea : ho passato diversi anni dietro le sbarre, forse troppi per un ragazzo della mia età, ma non è quello il tempo che considero perso. Il tempo che ho perso è quello che non ho impegnato, che non ho usato per lasciare un segno di me nei luoghi e nelle persone, quello che ho lasciato che scorresse senza usarne appieno ogni attimo per arricchirmi, ma non nelle tasche. Il tempo non l’ho sprecato l’ho proprio buttato via, ho sbagliato. Mentre il tempo faceva passare questa carcerazione, ho scoperto la musica, ho capito cosa vuol dire avere una passione, poi quella passione è diventata dedizione. Dedico molto del mio tempo a scrivere, ho scoperto infatti che, se c’è un modo per scoprire se stessi, per me è riempire questi fogli bianchi con parole che fluttuano nella mia testa. Il problema è che ne fluttuano così tante che riuscire a scegliere quelle giuste è tutt’altro che semplice, ma quando ci riesco e poi le leggo, mi sembra quasi di scrivere i pensieri di uno sconosciuto. In effetti è proprio così, sto imparando a conoscere me stesso. Immagino che a volte le persone non pensano affatto a quante cose potrebbero imparare se solo ci si guardasse dentro. Io oggi ho scoperto di essere un cantante e uno scrittore e nessuno sa quante altre cose scoprirò. Sarà il tempo a dirlo”.

La narrazione, la parola, la poesia possono quindi, in alcuni casi, diventare salvifiche: le parole possono aiutare gli animi a riconciliarsi là dove tutto sembra perduto. La scrittura diventa un atto di cura e di umanizzazione: poi all’improvviso ti viene voglia di scrivere e dimentichi il tempo aiutato dalla musica. Sposto il tavolo accanto alla porta a sbarre chiusa dalle 20. Scrivo alla luce del corridoio, per non accendere quella della cella. Ed è la scrittura che all'improvviso riesce a lenire la mia malconcia solitudine e ho quasi la sensazione di stare bene”. (P. V)

Oltre i Confini Magazine è molto di più di una semplice rivista: è una piattaforma di libertà espressiva, di reintegrazione e di giustizia riparativa, di contrasto alla disumanizzazione. Con la scrittura i detenuti affrontano emozioni complesse come la rabbia, il rimorso, la vergogna, ma anche la nostalgia, la speranza, l’amore, riportando dignità là dove spesso domina il pregiudizio. Abbiamo costruito insieme un progetto di significato, una risorsa per la vita di gruppo che diventa un valore, anche in una situazione difficile come quella del carcere: “il carcere è una struttura granitica, ma non è detto che in superficie non possano crescere rododendri, magnolie e mirti. Ognuno di noi ha in fondo molto di buono, bisogna decidere se lasciarsi sommergere dal fiume o decidere di affidarsi, con consapevolezza, alla volontà di riabilitarsi e progettare il proprio inserimento nella società una volta libero. Le nostre vite sono cariche di dolore, di sofferenza e di passato. Oggi possiamo confermare che abbiamo scoperto nella scrittura e nella poesia il nostro percorso di riabilitazione.” (P.S.)

L’esperienza ha favorito la nascita di un gruppo all’interno del quale si condividono obiettivi, si socializza e ci si confronta. Al centro la vita carceraria di ciascuno di loro con il proprio carico di dolore: “sento le grida dei compagni soffocate dalle mura. Gridano con i volti rossi dallo sforzo per farsi sentire, è il grido dei detenuti alla solitudine del cemento. Il bisogno di libertà ci travolge fino a desiderare di essere tempesta pur di trovare posto fuori da qui.” (A.P.)

Sono innumerevoli le testimonianze che ho raccolto e che custodisco in maniera indelebile. Patrice oggi ha riconquistato la sua libertà dopo alcuni anni di prigionia. La sua testimonianza, sul valore salvifico della parola, vale più di mille trattati: “la parola mi ha reso sempre vigore e meraviglia. Il riuscire a dare nuovi nomi alle cose di ogni giorno, osservandone le diverse angolature, ribattezzandole, magari, in un altro modo, mi ha incoraggiato molto. La parola qui dentro, diviene paradossalmente un seme di libertà: difende e grazia, smonta i pixel di questa irrealtà. Ho il mio corpo, lo vedo, come vedo i giorni che trasudano uno dopo l’altro ma, se non avessi la parola, cosa sarei? Un animale che ragiona per colori. Non è che la posseggo, la inseguo, certo, a volte fortunatamente l’afferro: è mia.

C’è chi, come Carlo S., ha scoperto il valore della poesia: “bisogna avere un forte coraggio per scrivere, soprattutto per scrivere poesia perché è vietato dire bugie. Ci sono ancora alcune cose che non ho salvato fino in fondo perché sarebbe come tirarmi fuori il cuore e scagliarlo contro un duro muro. A volte non sono pronto a sanguinare affatto e così scrivo versi: vorrei poter contare le lacrime che ho pianto/ne farei fiume pieno di correnti per trascinare via brutti ricordi. / Vorrei poterle contare/ e dare ad ognuna un nome diverso. / Vorrei un fiore di lacrime/ staccarne un petalo dopo l’altro /farli seccare e comporre un profumo/giaciglio per anime sgualcite”.

Vivere in questi ambienti grigi, di cemento si scoprono le proprie fragilità: “è difficile scrivere qui perché si vive un tempo congelato e si deve imparare a trattenere le emozioni. Qui si diventa come un aereo di carta, fragile, che non può nemmeno cercare di volare”. (T. V.)

Il carcere tende ad amplificare le emozioni, tutto viene percepito in modo alterato e questo può aggiungere dolore al dolore: “capita spesso di pensare, quando si viene chiusi la sera. Capita un magone che leva il respiro. Dalla mia finestra riesco a intravedere un tratto di superstrada. Guardo le luci delle auto sfrecciare e immagino diverse solitudini. L’odore di un’automobile, l’odore dell’asfalto umido”. (A. P.)

Spesso le parole possono aiutare gli animi a riconciliarsi là dove tutto sembra perduto: “le parole macerano nella testa e, mature, appaiono. Io le raccolgo. A volte faccio in tempo, a volte meno. Scrivo la sera, sul tardi, quando gli altri dormono e, a parte il russare di qualcuno, qui domina il silenzio. Ed è nell’aria di questi momenti, che a volte, accade l’intuizione. Allora l’afferro e cerco di spiegarla al meglio sulla pagina. Alcune di queste parole sono scomode e crude, ma così vere. Ed è quello che ho sempre cercato negli altri, ferendomi di più. Siamo vivi per raccontare, ed è vita quello che dobbiamo raccontare”. (R. S.)

Il carcere è il fulcro in cui l’uso della forza, regolato dallo Stato nel processo, cerca il suo più difficile equilibrio con l’umanità del trattamento sanzionatorio e con la risposta rieducativa che la Costituzione affida alle pene; può riformare e trasformarsi in occasione di cambiamento se si attivano itinerari di formazione e di istruzione. Ma serve un grande lavoro culturale che garantisca dignità, diritti e autonomia, valori non solo per la persona reclusa, ma per tutta la collettività, perché il carcere è, e deve essere, parte della società civile.

 

Oltre i Confini Magazine

Direttore Responsabile Antonetta Carrabs 

Contatti:

redazione.oltreiconfini.monza@gmail.com

oltreiconfinimagazine@gmail.com

Registrato presso il Tribunale di Monza n. 1/2025 del 20/01/2025

 


Commenti

Post più popolari