L'incendio dell'amore di Antonetta Carrabs

A settembre uscirà L'incendio dell'amore, ( La Vita Felice ediz.) il mio ultimo libro di poesie che nasce con lo scopo di portare alla luce antiche storie e contribuire così, alla celebrazione sublime dell’amore. Questo sentimento caldo, se pur terreno, è senza dubbio, un canto nobile, sensuale, ardente, che custodisce, nel suo intimo, il più profondo mistero della creazione.


Toccheremo le più alte vette della mistica
pur restando sul letto lussureggiante
dove si consuma il più intenso degli abbracci.
Tutto avverrà con delicatezza,
lasciando intatta la carne, profumati i corpi.
Si attraverserà il mare della sensualità
conservando candida la veste.
Ma per questo bisogna avere i sensi lavati e
limpida la mente. È allora che potrai entrare in questo santuario nel vero “Santo dei santi” del mondo.
                              da Il Cantico dei Cantici


La poesia narra antiche storie in una costante tensione verso l’unità e il suo completamento, in una continua mia personale ricerca di avvicinamento al centro, a quella pienezza sublimale dove la melodia canta il suo principio. La meta del viaggio mi spinge verso il raggiungimento della fonte, verso quell’armonia dove il desiderio di completamento diventa il dono inatteso, dove la ricerca appassionata, fremente e intensa, volge all’ebbrezza dei corpi e delle anime, dove la tenerezza accoglie il tripudio dei baci e della passione. Mi sento inclusa in questa mia necessità di elegia e di indecifrabile e cerco compimento attingendo al principio del verbo. Mi ritrovo, così, nella ricerca della nominazione, nell’ansia della mia riconciliazione. Ed è soprattutto l’amore, quella impotentia amandi che ancora mi sospinge oltre la mia inadeguatezza. Coltivo il desiderio di una nuova scaturigine che diventa recherce in un periodico colloquio con il mondo attraverso i limiti della vita che mi appartengono. È il mio canto di insufficienza rispetto alla verità dell’universo. Sono immersa in questa corrente, nel grande fiume che rompe di continuo la sua cristallizzazione e non riesco a uccidere i significati in questo mio tormentato procedere nel mondo. E come ogni Ulisse, mi perdo e riaffermo il mio mondo e me stessa nei miei affetti e nei miei valori, cercando di riportare a casa l’universo intero della mia vita.



I versi si caricano di attesa sempre inappagata, di aspirazione all’assoluto inattingibile, a quel desiderio che si tormenta e forse si compiace della sua stessa inquietudine. Penso a tutte le cose troppo grandi per la nostra comprensione, a qualunque cosa abbia anche solo l’ombra e l’apparenza dell’infinito. E siedo spesso alla fonte di questa grande scrittura cifrata di cui possediamo la chiave «... nell’estremo punto.../ dove l’aria s’incendia di quel baluginio/ di aromi di tiglio e gelsomino.../ e il verso si sbocciola di antica melagrana/ nel tripudio della sua unicità». La realtà che incontro è sempre segno che rimanda ad altro, a un punto di fuga verso l’insopprimibile esigenza di qualcos’altro: «che vuol dir questa/ solitudine immensa? Ed io che sono?» (G. Leopardi).


Qui anche la mia gratitudine al M. Roberto Porroni per aver tradotto in musica il mio sentire, lieta di una condivisione artistica nella quale credo, in quanto sublime unione di emozioni.
A.C.



















Inno a Venere

Così ti ripresenti tra sogno e insonnia
come una forza millenaria o altro strano incanto
il cuore resta colmo nel tempo del risveglio
prolifera ad ogni briciola avara e prodiga.

Sei un turbine di sovrumana quiete
sulle mie vigne, nelle voragini dell’anima
sul fiume che s’infrasca
nelle frollature di carni fedeli alla vita.

Ferrigno, denso di ardore vibratile
danzi nell’antica lacuna, nella tua ripetizione
nel rilucere dell’erba, nell’allucciolio del mare
in questa nuova mattutinità di luce d’aria.

Sei in transito nella beatitudine del vento.


Non dicibile, un sentore mi scoppia dentro come caligine
nel suo infero d’aria e d’erba
cavato dalle ere della mia mente diurna
ma persiste il cuore
poi la forza per un nuovo tempo




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