L'incendio dell'amore e Antonia Pozzi - note critiche

 

“L’incendio dell’amore” di Antonetta Carrabs 

Edizioni La Vita Felice 2017 - Nota critica di Francesco Ruchin






















Analizzare il corpus poetico di Antonetta Carrabs, così frastagliato che tocca sponde di luoghi e tempi così di-versi e lontani, appare impresa ardua. Ci viene però in aiuto la stessa autrice nell’incipit: “L’incendio dell’amore racchiude in sé quel mio desiderio di contribuire alla celebrazione sublime dell’amore”. Ma con quale strumento? Sempre l’autrice: “attingendo al principio del verbo”, alla parola, al suono. Così inizia la recherche della Carrabs nei territori dell’amore; un amore però “caldo”, “ardente”, “incendiario” (da qui il titolo dell’opera) dove fiamme e fuoco sfiorano ed avvolgono corpo e spirito; un incendio che si espande dal cuore al volto: “E tutto brucia/brucia fin dentro l’ultima goccia dischiusa”; “e tutto il resto brucia/sulla linea dei miei fianchi”; “Penetri col tuo fuoco rosso di grani nelle mie arterie”; “brucio e ti guardo perdutamente”; “incendiami delle tue parole”;  sino alla “fiamma fine” sotto la  cenere che tutto copre e raffredda; ma “un nuovo incendio” si avvicina, perché “nulla si è spento”; ed “il cuore trabocca prima di spegnermi”. Una inesausta e ‘tenace’ passione che cova sempre sotto la cenere (così si legge nel poema fortemente erotico del Cantico dei Cantici, poema caro all’autrice): “Tenace come gli inferi è la passione/le sue vampe son vampe di fuoco”.

La Carrabs è in questi accattivanti versi il pellegrino d’amore che vaga tra l’amor cortese e l’amor de lonh, ma il suo assetato ed insaziabile cuore tende ad andare oltre, a quello che ella definisce l’”avvicinamento al centro”, al “suo principio”, al “raggiungimento della fonte”, al magma infuocato, alla materia primordiale di cui è composto il crudo sentimento dell’amore; al nocciolo, al succo della vera passione. La sua incandescente scrittura è tesa all’eterna decifrazione delle rune dell’anima: in apparenza freddi segni che celano in realtà un infuocato mistero; perché come il divino poeta ella può affermare: “conosco i segni de l’antica fiamma” (Purgatorio, XXX,48). Ma questo incessante e faticoso viaggio può condurre alla follia. L’innamorato è il ‘folle d’amore’, l’autre che oltrepassa i territori della ragione e sconfina nei mondi dell’out: territori nei quali solo un ‘ardente’ cuore ha accesso. Egli perde stabilità, smarrisce sé stesso, ma è anche posseduto da un eterna ed irrefrenabile pulsione che lo conduce verso qualcosa di straordinario, una esperienza unica dove la mente rifugge dal ritorno. Il fragile viandante si tuffa così voluttuosamente nel labirinto dei sensi; un inquieto pellegrinare con la sola certezza dell’avvio, della prima parola, del gracile verso, di un esile suono che possa scaldare, bruciare la fredda e statica quotidianità: “I versi si caricano di attesa sempre inappagata, di aspirazione all’assoluto inattingibile, a quel desiderio che si tormenta e forse si compiace della sua stessa inquietudine”. Ma l’autrice va oltre; essa è tesa verso mete inesplorate dove troverà l’atteso cibo dell’anima; come nei versi del Boccaccio:”Così si pasce, di sua fiamma ardendo,/il cuore che onestamente Amor nutrica”. Cibarsi dell’amore, riscaldarsi con la sensuale fiamma del desiderio, assetarsi alla fonte del caldo abbraccio. Il viaggio della Carrabs non si limita a circumnavigare il presente, ma passa in rassegna la poetica d’amore di tutti i tempi. In questa via crucis dell’incendio dei cuori, l’autrice si sofferma sui poeti greci, latini; attraversa la lirica dei trovatori, dei guittoniani, degli stilnovisti, soffermando poi il suo sguardo su particolari, passionali e celebri storie d’amore. Ad ognuna di queste storie la Carrabs regala un cammeo poetico che racchiude “l’acino” umido e palpitante della loro storia; che è storia cruda, nuda, senza gli orpelli di vuote parole, ma versi di fuoco che marchiano la vita dei personaggi che si narrano con le loro stesse parole. Questo tuffo in arcaiche storie permette al ‘pellegrino d’amore’ di raccogliere nella sua gerla canti e fiori dal “profumo di fuoco”, fiori e parole che nel suo laboratorio alchemico tende a cristallizzare in essenze e linfa con le quali nutrire il suo cuore. Che dire ancora; se non che grazie alla leggerezza ed alla luminosità incendiaria di questi versi, l’autrice ci conduce nei territori che squarciano la penombra, le nubi, la nebbia, rivelando anatomicamente il pulsare del cuore che rosso come la ‘fiamma’, indica al pellegrino la mèta agognata: la vera immagine di sé e la ricerca del suo destino.

“L’incendio dell’amore” - Nota critica di Rita Pacilio

Versi, luoghi intimi, sonorità sono gli elementi portanti che costituiscono la raccolta poetica di Antonetta Carrabs dal titolo L’incendio dell’amore, LVF, 2017. La messa a fuoco del sentimento più nobile, l’Amore, segnala il bisogno di considerarlo come un valore sociale, etico, eterno. È la coscienza di tutti i tempi che si mette al servizio del corpo e viceversa per favorire il massimo grado di concentrazione sull’interno/esterno, divino/materia, un circuito che avvampa e si prende cura, in versione poetica, delle stagioni che fioriscono e rifioriscono grazie alla fiammata dell’illuminazione/ispirazione. Questi versi sono torce analogiche in cerca di struggimento e passione, in continuo cammino verso luoghi e atmosfere emozionali. Il vessillo del sangue aleggia potentemente sul mistero che accosta lo spirito alla carne. Un emblema che trasmette al lettore l’elevazione dal quotidiano in maniera certa, grazie all’incontro straordinario, che inevitabilmente accade, tra persone/personaggi che si amano. Affini. Autentici, fragili.

Sei sull’incudine dell’alba

che guarda il fiume dall’argine e raduna le spoglie

prossimo a ricadere giù in quella dispersione di potenza

nelle sue cartilagini febbrili brulicanti di scorie.

Pazzo per abitudine all’ansia e desiderio invertebrato di penombra

il tuo risveglio è la sera impetuosa nella densità nera del bosco

che riappare sotto la ventata umida di pioggia

e la sua poca luce senza colore, né tempo, filtrata dalle tende.

Porto alla bocca questo mare bianco

il pensiero mi insegue e scuote i rami.

Nel mio universo una sola immagine versata in una gemma

ha il sapore delle tue mani

della voce trepida che mi cammina al fianco.

Io non so che rispondere, la mia testa è piena di vento

ora che raggia la giornata

il mondo riappare dietro la sua feritoia

su questa terra graffiata dall’uomo e la sua maschera di sale.

***

I poeti hanno il profumo delle rose

I poeti sanno scendere alla sorgente dell’estrema linfa

senza profeti, né apostoli o altro strano incanto

risalgono le note della scala, fino alla musica-musica

nel punto dello Zenith, fino alla piena lingua.

I poeti sono ebbri di parole

trattengono il respiro dove cadono i semi

prima di giungere al vento

rompono i germi puri dentro gli astri,

strettamente congiunti

e sono ciechi e verdissima tormenta

prima di attingere la luce.

Identità nel tempo di Parmenide, sono alfieri, dame, figuranti

volo d’api nella pioggia, alla prima schiarita.

I poeti si tendono nel diluvio delle foglie

verso l’infinita discendenza e la loro traversata verso l’alba.

I poeti fanno del dolore umano un rivo

la vertigine perpetua nel tempo del risveglio

procellosa, tra opera e preghiera

culmine di ogni creata cosa e furia celeste di raggiera.

I poeti sono soli, naufraghi tra memoria e senso

pellegrini nel loro stesso mare, nella gemmeria d’aria sottile.

I poeti hanno il profumo delle rose dopo il travaglio della fioritura

ancora tiepide nell’impercettibile bisbiglio.


“Antonia Pozzi” Collana PressPoesia edizioni Nemapress 2020

Nota critica di Andrea Galgano "Antonetta Carrabs e Antonia Pozzi: lo specchio dell’istante"


Il lavoro di Antonetta Carrabs Antonia Pozzi con te in un destino percorre la peregrina via assiale della poetessa attraverso una germinazione vibrante di abissi e tagli, penombre di silenzio e gelo illecito di dolore ed esilio: «L’eterno! / L’eterno è in tutte le cose / il poeta vive innamorato del mondo nella premessa / dell’amore per l’integrità. / Il silenzio! / Leggo un libro di Goethe, i suoi versi starebbero bene in cielo, al posto del sole / cammino sotto le stelle e mi inginocchio nell’armonia buia della notte / come un pellegrino / con il cuore che batte all’unisono vado incontro alla mia tempesta / per cantare nel canto la mia inquietudine / mi protendo verso il passato e verso il futuro / e sento come mancanza tutto ciò che non è, e che non sarà mai. / Penso all’infinito e non desidero l’avvenire. / Nena, la nonna, è l’unica immagine che mi dà serenità / l’unica, che può stare con me nel tempo di oggi e di domani.  / Sempre. / L’inferno è la sofferenza di non poter più amare / nemmeno più il cielo mi vuole. / Quando vivi e hai coscienza del rifiuto delle cose / nell’aria è uno sconfinare illecito, è l’ombra sul muro. / Dostoevskiy mi richiama al valore delle relazioni fra gli uomini / alla fede, alla responsabilità che abbiamo tutti verso il mondo, all’amore.

In questo rilievo che percorre la potenza e la grazia di Antonia Pozzi, l’itinerario di Antonetta Carrabs entra nel regno della ferita e nell’inaridimento, ma anche la fissazione dell’istante che si impone, di un lievito di domanda alle cose e al mondo, fatto di figure, luoghi cari ed amore, vissuto in un silenzio di lontananza e di chiasmi: «Antonello è umiliato e sembra inasprirsi con me / questa sofferenza è così alta perché arriva da lui che amo / decidiamo di rinunciare al nostro grande amore  / ma ci siamo promessi che non smetteremo mai di amarci. / Ci ameremo nel silenzio della lontananza».

Ciò che appare è un proscenio di delicatezza e di orizzonti profondi che guardano alla mancanza di Antonia Pozzi come la sua aspra nostalgia di innamorata, che vive della poesia come stoffa di sé, guarda alla parola come chiarore di inquietudine, abbraccia il fondo fino all’oblio, fino alla ultima lettera di margine: «La mia anima è in tempesta ma sono ancora vigile sul mondo / dove cerco disperatamente un rifugio o una via di fuga per me, per non essere più vista».

Antonetta Carrabs sceglie gli occhi di Antonia Pozzi come vetro e come desiderio di pienezza: vi è ricordo doloroso, metafisica dell’essere, la vastità dell’arte e la sommità delle vette che ella amava scalare, la catarsi di ciò che sgorga come dono per sentire l’animo in pace: «Per tutte le sere della mia vita tenterò di radunare le grida di me stessa / quando il cuore batterà all’unisono. / Sono muta davanti a lui per poterlo riavere per me al di là dell’amore / così che io possa padroneggiare nel canto la mia tempesta / forse non mi ritroverò perduta in questa notte bianca che mi schiaccia». Il cuore scalzo di Antonia è il deposito della sua anima live, il centro del suo segreto insonne, l’aroma del greto e l’acqua rivolti al sole: «Ogni cosa per me è una ferita, il grido del mio domani ucciso. / Oh quella piccola finestra bassa! / Se potessi dormire per non perdere un solo attimo del silenzio! / Nel sonno buio non so e non capisco l’affanno di questi miei anni di vita. / Mi è caro vegliare tranquilla / il papà suona il grammofono, è un vero piacere poter ascoltare. / Ho vagato con la mente nello spazio costellato di pianeti / il mio sguardo al limite dell’orizzonte dove rivedo la Madonnina del Duomo / dietro un sottile e fitto dolore forse solo i rami dei faggi dei boschi di Pasturo / possono ascoltare questo doloroso e violento passaggio della mia vita». La sua ferita diviene il confine duro della sua intimità, lo sperdimento fotografico di uno scrigno fedele che vive di epifania e sofferenza, cristallinità e abisso, ricordo che si impone come moto di dettagli inafferrabili (Chiaravalle e lo squarcio di Civitavecchia e Fregene), percezioni sorte che riaffiorano nell’inappagata voluttà del suo desiderio di infinito e l’attesa «sarà ammenda e nota confusa tra gli astri»:

 

«Resto sul mio cuore esiliato e mi separo dal mio fermaglio appuntato fra i capelli / stringo i pugni sul petto che incominciano a dolermi le ossa / non sono degna di essere più guardata dalle stelle / la mia lieve follia è avvolta nelle brume misteriose della notte / la mente e il mio cuore, tremuli, nel mio disordine mentale. / Sono ai piedi del mio corpo tanto inutile e perduto / in questa notte piena di echi e di ombre nere sul muro. / Finché alla debolezza lascerai lo strazio illecito e inutile del tuo smarrimento / dalle cose e dal mondo, l’attesa sarà ammenda e nota confusa fra gli astri».

 

Il mosaico donato e il suo atomo fragili nascono nell’esperienza, dove ogni epifenomeno di dilata in un ofelico mistero di dissolvenza e cupio dissolvi. Ma c’è anche la vita e il suo desiderio di riconciliazione, quasi che la sua visione sia oltre l’orizzonte delle lame buie, il ripiegamento saldato dell’anima, la temporalità ciclica per farsi tenerezza e altra dimensione del gesto vivente, in una parola, l’eterno che si porge:  «Penso all’eternità, mi scuoto in un brivido. La vita! / E’ tutta un mistero, è incerta, è buia. / Se potessi viverla spensieratamente, sarebbe molto bella. / Chiedo protezione alla grande montagna della Grigna  / percorro la strada maestra che porta alla vallata / i paesi laggiù, tanti piccoli torrenti che vanno verso il fiume / nell’aria un allegrìo scampanio, sono le voci delle campane dei villaggi / il silenzio è rotto, di tanto in tanto, dal canto di una pastorella / qui le automobili sono rare / la natura è ben custodita dalla gente del posto che pianta rododendri.

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