EMILY DICKINSON, 190 anni dalla nascita

 

Il 10 dicembre 1830 (190 anni fa) nasceva EMILY DICKINSON, la poetessa statunitense considerata tra i maggiori lirici critici moderni. 


«Io ho vissuto soltanto di vita interiore, sogni, libri e la vita di famiglia… quasi tutte quelle che si chiamano emozioni io le ho vissute attraverso la poesia…se leggo un libro che mi geli tutta così che nessun fuoco possa scaldarmi, so che è poesia. Se mi sento fisicamente, come se mi tagliassero la testa, so che è poesia. Questi sono gli unici modi che ho di conoscerla… Ve ne sono degli altri?»

 

Nessuno del suo tempo capì i suoi versi particolarissimi nel metro, nel ritmo, nella rima così stravaganti rispetto alla lingua e alla tradizione. I critici li definirono metaforici, impressionisti, futuristi. Emily non volle mai pubblicare nulla, convinta che «mette all’asta la mente/chi dà alla stamperia» e si arrabbiò molto quando, senza il suo permesso, fu inviata ad un giornale una sua poesia. Scriveva a lapis alla rinfusa, su pezzi di carta qualunque, su vecchie lettere, su buste, su ricevute. Fece delle sue poesie tanti pacchetti. È la seconda metà dell’ottocento. Lei in poesia fa la rivoluzionaria, ma in silenzio, al di là della sua porta chiusa dove trascorse, per scelta, gran parte della sua vita. Scrisse circa 1800 poesie compiute, 2357 in bozza e almeno 1150 lettere e altra prosa. In tutto 3507 scritti che mai volle pubblicare. Le lunghe lettere e i carteggi riempivano la sua vita e sollecitavano la presenza lontana e sfuggente del mondo. Carteggi che vennero poi in parte distrutti dietro richiesta della stessa poetessa dalla sorella Lavinia.

Sono piccola come uno scricciolo, i capelli ribelli come un riccio di una castagna, gli occhi come lo sherry che l’ospite lascia nel bicchiere.” dirà di sé, in una lettera a T.W. Higginson, il critico letterario. Di lei esistono solo due immagini: un quadro a olio in cui è ritratta con i fratelli Lavinia e Austin e un dagherrotipo più volte ritoccato. Emily si screditava, diceva di essere “l’unico canguro” in mezzo a tante bellezze. Eppure, dalle immagini che restano di lei, vediamo che aveva un collo armonioso, un viso delicato, occhi vivaci e osservatori, capelli rossi raccolti dentro una reticella nera, lentiggini. Una bellezza contenuta. «Mio padre mi compra molti libri ma mi scongiura di non leggerli, perché teme mi confondano le idee -scriveva- la mia vita è stata troppo semplice e severa per mettere a disagio chicchessia» Vivevano in una grande casa con un giardino pieno di fiori. «È il ranuncolo tra i fiori – scriverà Emilyn - proprio il capriccio mio/ Siam nati nel frutteto, lui ed io… poi c’era un pollaio, una stalla, un granaio, un orto. L’orto confinava con il cimitero. La casa aveva grandi stanze, un’ampia cucina dai muri verde pallido, le porte e le finestre erano di un colore giallo cupo. Fuori, i rami appesi luccicavano quando il sole li toccava. «Presso la mia finestra ho io per scena/Un mare su uno stelo/ Se all’uccello e al villano sembra un pino, / Quanto a me non ho nulla di ridire»

Siamo nella nuova Inghilterra, in un austero villaggio, esattamente ad Amherst dove non ci sono feste, dove è bandito anche il gioco delle carte, dove gli uomini lavorano la terra e le donne provvedono alla casa. La domenica tutti a messa. Qui, nacque Emily Dickinson. Il padre era un uomo molto severo. Portava sempre un bastone dal pomo d’oro e vestiva di nero. Quando uscivano, la madre era al suo braccio, anche lei vestita di nero, mentre i figli camminavano dietro di loro. Se qualcuno suonava alla porta, Emily fuggiva su per le scale nella sua camera che guardava ad ovest. Aveva una stanza tutta per sé, un privilegio non da poco per quei tempi.  In quella camera che guardava ad ovest, la poetessa scriveva, studiava, leggeva. Amava indossare abiti bianchi e le piaceva curare il giardino, ma detestava i lavori di casa: «stanno facendo le grandi pulizie, preferisco la peste». Emily era inquieta.  Di lei nel villaggio la gente andava ripetendo: “è stramba, è forastica. Figurarsi, se ne sta sempre chiusa in una stanza a far poesie sgrammaticate. Dov’è la punteggiatura? E quelle parole in latino che significano mai?” Il severo critico americano Harold Bloom nel suo “Canone Occidentale” scriverà “ad eccezione di Shakespeare, la Dickinson dimostra più originalità cognitiva di qualsiasi altro poeta occidentale dopo Dante”. Emily non scrisse tragedie o poemi epici, ma meditazioni liriche di incredibile complessità intellettuale. In una lettera all’amico Thomas Wentworth Higginson: “se la fama mi appartenesse, non riuscirei a sfuggirle – in caso contrario il giorno più lungo mi sorpasserebbe mentre ne vado a caccia – e l’approvazione del mio cane mi abbandonerebbe – dunque – preferisco la mia Condizione Scalza.” Si entusiasma per le idee del filosofo Ralph Waldo Emerson.

«Io sono viva, credo» scriveva. Sì, era viva e appassionata, intelligente e ruvida. Affezionatissima al cane Carlo che resterà con lei sedici anni. Emily si lascia turbare dai travolgimenti sentimentali per alcune compagne di scuola che, una volta diventate mogli e madri, smetteranno di rispondere alle sue lettere ardite e inquietanti. Con uguale trasporto scelse corrispondenti maschi a cui inviava lettere, biglietti di San Valentino e poesie. Erano per lo più giornalisti o avvocati che aveva l’occasione di incontrare nello studio del padre. Erano quasi sempre sposati, ma a lei non importava. Le bastava accendere la fiamma: non voleva per sé il destino delle altre donne.

Se leggo un libro che mi gela tutto il corpo tanto che nessun
fuoco potrebbe mai scaldarmi, so che quella è poesia. Se avverto concretamente come se il culmine della testa mi fosse
strappato via, so che quella è poesia. Sono questi i soli modi
che conosco. Non ce ne sono altri.

Scrisse centinaia di versi e lettere intrise di passione a sua cognata Suse, moglie di suo fratello Austin: “oh, miele di un’ora! La tua virtù io non conobbi mai”. Nel giugno del 1852 le scrisse, in particolare, una lettera dai toni molto appassionati. Secondo alcuni illustri critici nascondeva un amore profondo, che andava ben oltre il semplice legame d'affetto e di parentela tra due cognate.Che l’Amore è tutto. È tutto ciò che sappiamo dell’Amore.Senza cercare quindi di stabilirne limiti e confini, le lettere di Emily Dickinson a Susie traboccano di questo tutto.

“A Susan Gilbert, 11 giugno 1852

In questo pomeriggio di giugno, Susie, ho un solo pensiero, e quel pensiero riguarda te, e una sola preghiera: cara Susie, anche quella riguarda te. Che tu e io, mano nella mano, come facciamo dentro di noi, possiamo vagabondare lontano, nei boschi e nei campi, come fanno i bambini, possiamo dimenticare tutti questi anni, dimenticare affanni, e tutte e due ridiventare bambine – ci riuscirei, se fosse così, Susie, e quando mi guardo intorno e mi ritrovo sola, di nuovo sospiro per te; sospiri brevi, sospiri inutili, che non ti riporteranno a casa.Ho bisogno di te ogni giorno di più, il mondo che è già grande diventa sempre più vasto, il numero di coloro che amo sempre più piccolo, ogni giorno che passa e che tu sei lontana – mi manchi, tu cuore mio grande: il mio cuore se ne va in giro a vuoto e chiama Susie – gli amici sono troppo preziosi perché ce ne si separi, sono troppo pochi, e quanto presto se ne andranno là dove tu ed io non riusciremo a trovarli, non dimentichiamolo tutto questo, perché il loro ricordo, ora, ci risparmierà molte angosce, per quando sarà troppo tardi per amarli! Mia dolce Susie perdonami, tutto quello che ti dico – ho il cuore pieno di te, nessun altro all’infuori di te nei miei pensieri, eppure quando cerco di dire parole che non riguardano il mondo, il mondo mi viene meno. Se tu fossi qui – oh se solo lo fossi, Susie mia, non avremmo assolutamente bisogno di parlare, perché i nostri occhi bisbiglierebbero per noi, e la tua mano stretta nella mia, non avremmo bisogno della parola – cerco di avvicinarti sempre di più, scaccio le settimane fino al punto in cui sembrano del tutto dissolte, poi mi immagino che tu sia arrivata, e mi immagino mentre cammino lungo il sentiero verde per venirti incontro e il cuore mi scappa di mano e ho un gran da fare a riportarlo al passo e a insegnargli ad essere paziente, fino al momento in cui arriverà la dolce Susie. Tre settimane – non possono durare per sempre (……. ). Diventerò impaziente ogni giorno di più fino al momento in cui quel giorno arriverà, perché fino ad ora non ho fatto altro che piangere e lamentarmi in attesa di te: adesso comincio a sperare. Cara Susie, ho cercato in tutti i modi di farmi venire in mente che cosa ti avrebbe dato piacere, una qualche cosa da spedirti – poi alla fine ho visto le mie piccole Viole, mi supplicavano di lasciarle andare, così eccole qui – e con loro, quale Guida, un briciolo di erba che gli farà da cavaliere, che parimenti mi chiese il favore di accompagnarle – sono solo piccole, Susie, e temo non più profumate, ma ti parleranno degli affetti di casa, di quel qualcosa fedele che “mai si assopisce nè dorme”. Tienile sotto il cuscino, Susie, ti faranno sognare cieli azzurri, casa, il “paese benedetto”! (…) Ora, Susie, addio, Vinnie* ti manda saluti affettuosi, la mamma i suoi, e io ci aggiungo un bacio, timidamente, per paura che ci sia lì qualcuno! Non lasciare che guardino, lo farai Susie? Emilie –”

L'amore che la vita ci concede è solo una fibra di un qualcosa di cosmico, panteistico, o anche di quell'amore perfetto che sogniamo sapendo di non poterlo mai raggiungere; un qualcosa che è parte integrante della creazione, che ha reso possibile il mistero del giorno, dell'eterna luce del sole, che ritarda il giorno del giudizio per farci godere le gioie della vita. Si manifesta anche nella bellezza sfuggente e inafferrabile della musica, nella pena struggente e indeterminata che proviamo alla fine di un giorno, nel nostro ammirato sgomento di fronte ai ciclici miracoli dell'alba e del tramonto. È un qualcosa che ha in sé il tutto. E sappiamo che il suo fine ultimo non può essere altro che il paradiso. È una poesia che apparentemente non pone dubbi interpretativi è come se volesse trasmettere l'impossibilità di cogliere l'essenza del mistero dell'amore.

 

L'Amore che una Vita può mostrare Quaggiù
È solo un una fibra, lo so,
Di quella cosa più divina
Che svanisce nel volto del Mezzogiorno -
E percuote lo Stoppino nel Sole -
E ritarda l'Ala di Gabriele -

È ciò - che nella Musica - allude e ondeggia -
E all'estremo dei giorni d'Estate -
Distilla un'incerta pena -
È ciò che innamora a Oriente -
E tinge il Transito a Occidente
Di straziante Violetto -

È ciò - che invita - sgomenta - concede -
Volteggia - balugina - prova - dissolve -
Ritorna - suggerisce - condanna - incanta -
Poi - si getta nel Paradiso –


Elogio del diverso, di colui che sta fuori dal mucchio, simboleggiato dal leopardo: fiero, prezioso, e con la consapevolezza di esserlo. Il mondo però non ama coloro che ambiscono a troppa libertà. Sono quelli che non vogliono essere imprigionati in gabbie metaforiche sorvegliate da guardiani. E allora non guardate con disprezzo il povero leopardo. E’ stato costretto a lasciare la sua terra, ad abbandonare le fiere regioni del dubbio e della ragione. Compatitelo e sappiate che niente potrà lenire o sostituire quel ricordo di palma che si porta dentro. Una simbolica ribellione di Emilye contro il perbenismo e la noia che la circondava, tutto il contrario di Asia, Etiopi, palme, ori, raso, leopardi. Ma in fin dei conti lei si era rinchiusa volontariamente nella sua gabbia, lasciando aperta la porta interiore a tutto il mondo che voleva.

 

La civiltà - disprezza - il Leopardo!
È stato il Leopardo - sfrontato?
I deserti - non frenarono mai il suo Raso -
Etiope - il suo Oro -
Fulvi - i suoi Costumi -
Ne era Consapevole -
Maculata - la sua Bruna Veste -
Questa era la natura del Leopardo - Signori -
Occorre - un guardiano - arcigno?

Compatite - il Leopardo - che lasciò la sua Asia!
Memorie - di Palma -
Non possono essere soffocate - con Narcotico -
Né soppresse - con Balsam            


da La Rivoluzione delle Sibille di Antonetta Carrabs e Iride Enza Funari NemaPress edizioni  

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