115° anniversario del Corpo delle Infermiere Volontarie della Croce Rossa.

 

Quest’anno ricorre il 115° anniversario del Corpo delle Infermiere Volontarie della Croce Rossa. Erano un tempo le vivandiere, inservienti militarizzate che svolgevano funzioni di lavanderia, vettovagliamento e rivendita di generi di conforto nell’ambito dei reparti militari, con incarichi logistici e sanitari, inizialmente cuoche e lavandaie, poi assistenti in ambito sanitario e, infine, protagoniste dell’opera lirica di Gaetano Donizetti, “La figlia del Reggimento”. A partire dalle guerre napoleoniche la loro funzione ancillare si contrasse e favore di quella che divenne nel tempo, sempre più, la loro più qualificante e prestigiosa attività: quella di infermiera o, meglio, di aiutante di sanità. Erano le vivandiere, infatti, assieme ai musicanti, in funzione di portaferiti, il personale che prestava servizio, durante le guerre d’indipendenza, nelle ambulanze (infermerie da campo). Molte rimasero ferite od uccise ed un gran numero di loro venne decorato per il coraggio ed il senso del dovere profuso nell’andarsi a prendere i feriti, con le loro carrette, fin sulla linea del fuoco. Fu proprio a Solferino, nel 1859, che venne concepita quell’idea che avrebbe portato, cinque anni dopo, alla nascita della Croce Rossa. 


La Bela Gigogin, protagonista della celebre canzone risorgimentale, era una vivandiera dei Bersaglieri di cui si tramanda, purtroppo, solo la versione dialettale piemontese (Gigogin) del nome (Teresina). Benchè non fosse inizialmente previsto, ben presto si dotarono di una uniforme, per non essere confuse con le prostituite che si affollavano attorno agli insediamenti militari. Per le donne civili indossare i pantaloni era reato penalmente perseguibile, ma nessuno osò mai fare la benché minima obiezione sui pantaloni delle vivandiere. Governavano e conducevano i cavalli che trainavano le loro carrette e cavalcavano, come da regolamento militare, a cavalcioni sulla sella, posizione disdicevole, invece, per le donne civili. A differenza delle ausiliarie e delle crocerossine delle due guerre mondiali, le vivandiere non stavano nelle retrovie ma sul campo di battaglia, distribuendo gallette, borracce piene d’acqua e munizioni. Nelle parate sfilavano in testa ai battaglioni dietro alla banda ed alla bandiera del reggimento. La loro uniforme, elegante, quasi aristocratica, era la versione al femminile di quella dei sottufficiali, non di quella dei soldati. La considerazione e la stima di cui godevano entro e fuori dell’esercito, faceva di loro delle vere signore, per merito e non per lignaggio. La loro presenza, encomiabile ed insostituibile a giudizio del militari, era per i politici un problema ideologico non da poco. Con la rivoluzione francese, infatti si era affermato il principio che il soldato non fosse più un professionista acriticamente al soldo del sovrano, ma un cittadino che difendeva le istituzioni ed i diritti riconosciuti. Come era possibile, tuttavia che le vivandiere concorressero a difendere delle istituzioni che le discriminavano e dei diritti di cui non godevano? Per questo motivo, fatti salvi i diritti acquisiti dalle vivandiere ancora in servizio, la loro presenza, durante le guerre d’indipendenza era in via di progressiva contrazione. 


Si era passati dalle sei vivandiere ogni cento soldati delle guerre di successione e della guerra dei sette anni, nel XVIII secolo, alle due vivandiere ogni battaglione nel XIX secolo. Fu durante la brevissima epopea della Repubblica Romana, nel biennio 1848 – 1849, che si manifestò una improvvisa ed imprevedibile inversione di tendenza. L’articolo 12 di quella Costituzione della Repubblica Romana dalla quale deriva la nostra attuale Costituzione Repubblicana, prevedeva che la difesa delle istituzioni fosse obbligo per tutti i cittadini. La norma era ambigua ma venne da molti interpretata in senso estensivo, per cui, mentre gli eserciti austriaco, francese e borbonico incombevano sulle frontiere si iniziò ad addestrare alle armi anche le donne. Non ci fu il tempo e nemmeno, probabilmente, una volontà condivisa, di costituire dei reparti femminili. Trecento donne vennero ascritte come infermiere e un numero imprecisato venne assegnato ai reparti combattenti, non sempre e non solamente come vivandiere. Quante fossero non lo sappiamo. Siamo certi, però, che tra i 938 soldati morti per difendere la Repubblica Romana, tra i quali c’era il Capitano Goffredo Mameli, autore del testo del nostro inno nazionale, sei erano donne.


Pubblicato sul magazine LEI Style di aprile 2023

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