NEDA AGHA-SOLTAN vittima della repressione a Teheran


 


Sei raggio fra i veli
percepibile in questa tua distanza innominata
che apre la via alla celebrazione del tuo cielo.
E il tuo canto mi urla in bocca!
Nel tuo travalicare è già l’adempimento
due occhi sconfinati,
intimamente incancellabili
una scaturigine di radice che si consacra fiore.
Ma l’aria..  Ma gli spazi…
e questi tronchi complicati!
Tutto vuole librarsi nel vento dei prati
dietro le ultime staccionate e la parola conquistata.
Altro verde tra i magli dove resiste il cuore.



                                                                                   
Neda Salehi Agha-Soltan muore a Teheran durante le proteste che nel 2009  sono succedute alle elezioni presidenziali duramente represse dalle autorità. La sua uccisione ha avuto reazioni internazionali a causa di un video amatoriale che ha testimoniato gli ultimi istanti della sua vita. Il filmato che ha ripreso la sua morte è stato diffuso via internet e il suo nome è velocemente diventato un grido di protesta scandito dagli oppositori al governo del presidente Ahmadinejad  che riconoscono in Mir Hosein Musavi il reale vincitore delle elezioni presidenziali, accusando il presidente in carica di brogli. Neda significa voce o chiamata in persiano e per questo la donna è stata definita come la voce dell'Iran e un simbolo dei manifestanti per la democrazia che stanno attaccando il regime islamico nonostante l'obiettivo dei manifestanti fosse esclusivamente il riconoscimento della vittoria del loro leader e non la fine del regime in sé. Ho deciso di scrivere la sua storia perché mi ha emozionato fino alle lacrime. Ho raccolto le informazioni che ho potuto per ricostruirla senza alterare nulla. Il video della sua morte ha fatto il giro del mondo.

 “..I Basij hanno sparato e ucciso una giovane donna in Teheran, il 20 giugno mentre protestava. Alle ore 19,05. Posto : Carekar Ave, all’angolo con la strada Khosravi e la strada Salelhi. La giovane donna è stata sparata da un Basij che si nascondeva sul tetto di una casa civile…Ha sparato dritto al cuore…l’impatto del proiettile è stato così forte che è esploso nel suo petto…per favore fatelo sapere al mondo.”  (Arash Hajazi)
 
A Teheran in giugno c’è una luce bellissima.
La mia città è grande, moderna. Le strade sono lunghe e piene di negozi e uffici. Anche i vicoli nei quartieri popolari sono luminosi, i muri bianchi e tanti alberi ovunque. Ho sempre avuto la passione per la musica. Il mio maestro è un amico di famiglia, si chiama Hamid Panahi. Ho appena ordinato il mio pianoforte e continuo a prendere lezioni di canto, non perché io sia ricca ma perché in Iran alle donne è vietato cantare in pubblico. Sono una ragazza normale, lavoro nell’agenzia di viaggio di famiglia e ho un grande sogno: mi piacerebbe tanto viaggiare e scoprire il mondo. Da qualche tempo i miei occhi si sono illuminati di nuovo, si sono illuminati della luce della Turchia, da quando ho conosciuto Caspar. In quest’ultimo periodo a Teheran c’è un grande fermento, migliaia di persone protestano nelle strade contro Ahmadinejad che ha stravinto le elezioni, ma noi non l’abbiamo votato. Milioni di iraniani come me sanno di non averlo votato. In queste ultime ore la protesta viene repressa brutalmente dalle milizie. I basiji sono vestiti con delle armature nere e tagliano la folla con le loro moto. Usano anche i coltelli per ferire e poi sparano, sparano se sono attaccati. Ma la folla non si spaventa, giorno dopo giorno aumenta. Io non sono un’attivista, non faccio politica, ma sento dentro di me che c’è in gioco qualcosa di importante.

A Teheran in giugno c’è una luce bellissima.
Quella mattina era di sabato, sabato 20 giugno. Ricordo le parole di mia madre prima che uscissi: -Non andare Neda-
-Se non vado io, chi andrà? Se tutti facessero così, chi protesterebbe?
Ho lasciato scivolare il velo sulla mia maglietta nera, i jeans e le sneakers bianche. Di solito mi muovo sempre con la mia Peugeot, con l’aria condizionata rotta. Quel pomeriggio ero in compagnia del mio maestro di musica; eravamo prudenti, cercavamo di stare a distanza dagli scontri. Proseguivamo lungo un vicolo bianco e verde. Si annunciava una giornata molto tesa. Nella preghiera del giorno prima Khamenei era stato molto duro, non aveva concesso nulla ai cittadini che protestavano. Avevo avuto il sentore che quello fosse il segnale per la repressione più violenta. In fondo al vicolo bianco e verde c’era una barricata in fiamme e dietro un basiji in moto e chissà quanti altri ancora.
 
- Abbiamo visto abbastanza Neda, torniamo a casa, la macchina è a metà del vicolo, ci mettiamo solo qualche minuto. La luce. La luce. Per un attimo mi è apparsa la luce della Turchia. Il cielo sopra di me è immenso, si allarga a dismisura in cerchi concentrici; c’è musica nell’aria, una musica lieve, sempre più lieve, che si spegne piano. Tutto il mondo intorno a me è sommesso. Sono precipitata in un acquario. Sono un pesce senza più voce. Il mio maestro è chino su di me: sta urlano qualcosa, ma non so cosa.
 
I manifestanti erano a circa un chilometro da noi, nella strada principale, alcuni di loro correvano per scappare dai gas lacrimogeni. Correvano verso via Salehi. 
Vedo altre facce che mi guardano; vicino ad Hamid Panahi  c’è un medico, si chiama Arash Hajazi: sta disperatamente cercando di fermare l’emorragia. Guardo i ragazzi con i telefonini, sono tanti. Sono lì, a due passi dai miei occhi che si stanno spegnendo. Sono le 19,05.
 
A Teheran in giugno c’è una luce bellissima.
Una pallottola mi è esplosa dentro, sto bruciando. Mi sono accasciata a Carekar Ave, all’angolo con la strada Khosravi e la Salelhi. Mi hanno sparato dritto al cuore. Viaggiare era la mia passione, avevo messo da parte i risparmi per andare a Dubai, e poi tornare in Turchia per riabbracciare Caspar.

A Teheran in giugno c’è una luce bellissima.
In poche ore sono diventata il simbolo dell’onda verde, la rivolta contro il regime dell’Ayatoilah Kamenei e del presidente Ahmadinejad, la rivolta del mio popolo contro il fondamentalismo. Sono diventata il simbolo di chi in Iran sogna un futuro diverso e libero sotto la guida del riformista Mussavi. Il tratto di via Amirabad  è stato ribattezzato via Neda dai ragazzi che hanno scritto sui muri il mio nome con la vernice spray. Neda vuole dire  “voce”, ma io ho perso la mia voce. Continuerò a guardarvi da quel  fotogramma finchè  tutto non sarà finito. Poi ricomincerò a cantare, perchè non sarà più vietato. Pregherò con il cuore felice. Ma ci saranno ancora giorni di paura prima che questo accada. Ci vorrà molta memoria per non dimenticare. Il tentativo di sopprimere le idee non riuscirà mai a cancellarle. Avevo 26 anni.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Commenti

Post più popolari