Lo Zembalo e il filare sacro degli ulivi



Natura! Ne siamo circondati e avvolti - incapaci di uscirne, incapaci di penetrare più addentro in lei. Non richiesta, e senza preavviso, essa ci afferra nel vortice della sua danza e ci trascina seco, finché, stanchi, non ci sciogliamo dalle sue braccia. Crea forme eternamente nuove; ciò che esiste non è mai stato; ciò che fu non ritorna - tutto è nuovo, eppur sempre antico. Viviamo in mezzo a lei, e le siamo stranieri. Essa parla continuamente con noi, e non ci tradisce il suo segreto. Agiamo continuamente su di lei, e non abbiamo su di lei nessun potere. Sembra aver puntato tutto sull'individualità, ma non sa che farsene degli individui. Costruisce sempre e sempre distrugge: la sua fucina è inaccessibile… Il dramma che essa recita è sempre nuovo, perché crea spettatori sempre nuovi. La vita è la sua più bella scoperta, la morte, il suo stratagemma per ottenere molta vita... Alle sue leggi si ubbidisce anche quando ci si oppone; si collabora con lei anche quando si pretende di lavorarle contro... Non conosce passato né avvenire; la sua eternità è il presente… Non le si strappa alcuna spiegazione, non le si carpisce nessun beneficio, ch'essa non dia spontaneamente… È un tutto; ma non è mai compiuta. Come fa oggi, potrà fare sempre. (J. W. GOETHE, Frammento sulla natura, 1792 o 1793)
 
Lo zembalo (cembalo) era il clavicembalo, lo strumento musicale barocco per eccellenza, indispensabile nei cenacoli musicali del tardo rinascimento. Fu utilizzato da Carlo Gesualdo, il principe madrigalista, che subì il fascino delle teorie sul cromatismo di Nicoló Vicentino e Marcantonio Ingegneri. Nella sua musica amava alterare di un semitono gli intervalli melodici creando, nelle armonie, squilibri originali nelle tonalità. E non sono bastati quattro secoli per comprendere fino in fondo l'esperienza rivoluzionaria dei suoi madrigali a 5 voci. La ricca letteratura, sia colta che popolare, fiorì intorno alla sua stanza del zembalo, così come veniva chiamata, il luogo dove lui si rifugiava per comporre. Alcuni suoi madrigali a 5 voci furono composti proprio in quella stanza dove il principe si ritirava e componeva in solitudine. La stanza del zembalo dava a sud del castello di Gesualdo, verso il palazzo Pisapia e fu in quella stanza che, si lasciò morire, dopo aver licenziato tutti, attendendo la morte che sopraggiunse il 20 agosto 1613. Carlo Gesualdo, il Principe dei musici, viene riscoperto, oggi, come uno dei più inquietanti personaggi della storia della musica. A lui si ispirò Richard Wagner: i prestiti musicali sono evidenti nella famosa Cavalcata delle Valkirie e in alcuni passaggi del Tristano ed Isotta.
 
E a distanza di secoli, a Gesualdo, nel luogo del principe dei musici, da cui prende il nome, in via IV novembre 87, nasce un B&B, con 10 stanze, che Raffaele Pietropaolo ha chiamato Zembalo. Un nome molto impegnativo, di sicuro, ma unico nel suo genere per l’accoglienza speciale e l’attenzione che Raffaele riserva personalmente ai suoi ospiti che possono scegliere di soggiornare anche in campagna, in un luogo d’incanto dove la natura sorprende per la sua bellezza incontaminata.  Era la casa dei miei nonni –mi racconta Raffaele – dove da piccolo mi rifugiavo a giocare. Lì vi ho trascorso la mia infanzia, in quel vecchio casale che il terremoto del 1980 ha poi distrutto, preservando fortunatamente i miei nonni che  si salvarono. Dopo qualche anno mio padre costruì, a pochi metri dalla vecchia casa dei nonni, una casa più grande e diede vita ad un filare di ulivi che, per l’energia e l’immensa luce di cui si circonda, viene chiamato il filare sacro degli ulivi. I miei nonni hanno venerato gli ulivi della nostra campagna, trattandoli come delle persone e mio padre li ha curati nel tempo come si può curare un figlio. Ho seguito con lui le varie fasi della potatura che richiedeva molta attenzione anche nel recidere ogni più piccolo ramoscello. Il rito di conservazione degli ulivi seguiva un protocollo che si ripete, sempre uguale, la raccolta delle olive… Gli ulivi hanno rappresentato per i nonni  delle vere sentinelle a custodia della loro casa. Quasi tutti giorni passo in questo luogo e molte volte mi fermo ad abbracciare l’albero di ulivo più antico. E’ una sensazione che non riesco a descrivere perché l’emozione che si prova è davvero profonda e rassicurante. Gli alberi sono santuari.
 
Chi sa parlare con loro, chi sa ascoltarli, conosce la verità. Essi non predicano dottrine o ricette, predicano, incuranti del singolo, la legge primordiale della vita. Un albero dice: in me è nascosto un seme, una scintilla, un'idea, io sono vita della vita perenne. Unico è l'esperimento e il disegno che l'eterna madre con me ha tentato, unica è la mia forma e la venatura della mia epidermide, unica la più piccola screziatura di foglie delle mie fronde e la più piccola cicatrice della mia corteccia. Il mio compito è nella spiccata unicità dare forma ed evidenza all'eterno. Un albero dice: la mia forza è la fiducia….Quando siamo tristi, e non possiamo più sopportare la vita, un albero può dirci: sta calmo! Sta calmo! guardami! Vivere non è facile, vivere non è difficile. Questi sono pensieri puerili. Lascia parlare Dio in te e questi pensieri taceranno. Tu sei angosciato perché il tuo cammino ti porta via dalla madre e dalla casa. Ma ogni passo e ogni giorno ti portano nuovamente incontro alla madre. La tua casa non è in questo o quel posto. La tua casa è dentro di te o in nessun luogo. La nostalgia del peregrinare mi spezza il cuore quando ascolto gli alberi che a sera mormorano al vento. Se si ascoltano con raccoglimento e a lungo, anche la nostalgia del peregrinare rivela la sua quintessenza e il suo senso. Non è, come sembra, un voler fuggire al dolore, è desiderio della propria casa, del ricordo della madre, di nuovi simboli di vita. Conduce a casa. Ogni strada porta a casa, ogni passo è nascita, ogni passo è morte, ogni tomba è madre. Così mormora il vento a sera, quando siamo angosciati dai nostri stessi pensieri puerili. Gli alberi hanno pensieri di lunga durata, di lungo respiro e tranquilli, come hanno una vita più lunga di noi. Sono più saggi di noi, finché non li ascoltiamo. Ma quando abbiamo imparato ad ascoltare gli alberi, allora proprio la brevità, rapidità e fretta puerile dei nostri pensieri acquista una letizia senza pari. Chi ha imparato ad ascoltare gli alberi non brama più di essere un albero. Brama di essere quello che è. Questa è la propria casa. Questa è la felicità. (Hermann Hesse - La Natura ci parla - )
 
Ho viaggiato molto per lavoro, sono stato via da Gesualdo per tanti anni. Poi le vicissitudini della vita mi hanno riportato di nuovo a casa, dove ho ritrovato quella bellezza di natura coi suoi profumi e la leggerezza dell’aria. La luce sembra più intensa, l’atmosfera che si respira è un vero antidoto allo stress. Starei ore e ore abbandonato a fissare le montagne e l’orizzonte che si estendono ai piedi di un cielo infinito, dove la natura custodisce ancora il suo incanto, ad ogni stagione,  rivelandosi nelle sue trasformazioni coi colori delle sue fioriture.  Sono un geometra, a soli 19 anni ho incominciato a lavorare per aziende importanti, come la Fiat,  nella costruzione di  stabilimenti. Ho vissuto a Firenze per 6 anni, poi a cesena per un periodo di 13 anni. E, dopo una breve parentesi all’estero a Bucarest,  sono ritornato a Gesualdo con un sogno. Mi piacerebbe contribuire a promuovere il turismo perché questi nostri luoghi meritano di essere vissuti. Ho pensato di convincere i proprietari di tante case abbandonate per mesi, a volte anche anni,  ad aprirle ad un turismo di nicchia. Lo Zembalo potrebbe essere la domus di riferimento e fare da collegamento con queste altre domus disponibili.  La mia particolare attenzione è rivolta  ai giovani : mi piacerebbe dare vita a dei camping, con prezzi agevolati per le scuole, dove poter realizzare progetti didattici e fare in modo che gli studenti abbiano la possibilità di sperimentare e avvicinarsi alla natura nei periodi, per esempio, di vendemmia, oppure durante la potatura degli ulivi…


Gesualdo è un luogo di così tanta bellezza che va di certo incontrato. Io lo custodisco nell’animo più profondo perché lo conosco da sempre.
Questa estate ho abbracciato anche io l’ulivo così tanto caro a Raffaele e ho potuto visitare lo Zembalo. Il ricordo più intenso che porterò sempre con me è quello del filare sacro degli ulivi.
 

 

 

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